Il Diario – Capitolo 2. By Arianna Colomba

Ed eccoci al secondo capitolo del racconto ad episodi di Arianna Colomba. Questa volta scopriremo di più sul passato inquietante del padre della ragazza. Questo capitolo aumenterà l’alone di mistero che si sta diffondendo, come nebbia gelatinosa, attraverso i meandri della famiglia.

“IL DIARIO – CAPITOLO 2”

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Lo scricchiolare di passi lungo il corridoio riprese. Il vecchio parquet non donava una grande intimità, neanche in quella casa che sembrava non avere fine.

Ricordò come, da bambina, cercava di sfuggire dietro qualche angolo per origliare le conversazioni telefoniche del padre chiuso nello studio nel quale non voleva assolutamente che entrasse. Lo stesso studio dove adesso sedeva, intenta a leggere il suo diario. Era un  po’ come tornare bambina, solo che adesso, non sarebbe potuto venire  a sgridarla.

Sentì bussare nuovamente alla porta.

Lo sguardo si alzò alienato, stranito, in direzione dell’unica altra persona presente in casa, il Signor Cavi.

Ancora una volta si stupì nel sentire una fermezza tanto palpabile nella propria voce mentre lo invitava ad entrare.

– Signora, gradisce qualcosa da mangiare?

Scosse la testa, denigrando ancora una volta l’offerta.

– Signora, non credo che le farà bene leggere quelle parole… delle volte, è bene che il passato rimanga tale, non crede? E poi suo padre non avrebbe piacere a vederla qua, senza considerare che ci sono ancora molte cose da fare prima del funerale…

La donna lo fissò per qualche attimo. Lo sguardo stralunato ed il trucco colato la facevano sembrare terribilmente il cattivo di una qualche serie demenziale. Eppure annuì alle sue parole, accennando ad alzarsi in piedi.

– Ha ragione signor Cavi. Può gentilmente prepararmi i documenti di babbo? E poi, forse, qualcosa da mangiare non mi dispiacerebbe.

Chiuse il diario, poggiandolo sulla scrivania con un tonfo sordo, volgendo le mani a prendere la pila di fotografie che si era ripromessa di sfogliare per trovarne una degna che rappresentasse suo padre anche oltre la morte.
Attese la chiusura della porta ed il fastidioso cigolio del legno sotto i passi pesanti del maggiordomo per alzarsi, diretta verso la porta dello studio. Afferrò la grande chiave di ottone, dando un paio di mandate. Fu come se in quel momento il tempo si fermasse. L’aria si asciugò mentre un tuono risuonò tra le pareti. Il grande lampadario di cristallo tremò, minacciando di togliere completamente la luce alla stanza mentre la pioggia iniziò a scrosciare contro le finestre. Un brivido freddo le corse per la schiena e tornò alla scrivania, per potere riprendere la propria lettura.

                                                                                        **********

La sigaretta mi cadde dalla mano e la voce mi tremolò come quella di una femminuccia mentre alzai lo sguardo. Ero maledettamente convinto che mio padre alla fine mi avesse trovato e fosse venuto per farmi fare una discreta figuraccia davanti ai miei nuovi amici. Sentivo già il dolore alle orecchie per quando avrebbe iniziato a tirarle per trascinarmi via ed invece… Invece dovetti ricredermi.

Era una donna. Una donna giovane e maledettamente bella. Ricordo che aveva un abito bianco così come la sua pelle ed i capelli neri come la notte che le faceva da sfondo. Non riuscivo a vederle gli occhi. Era come se parte del suo volto fosse cancellata. Non ricordo neanche il suono della sua voce, né di averle visto muovere le labbra. So solamente che sapevo cosa avrei dovuto dire e lo feci, così come gli altri che erano rimasti attorno al falò assieme a me.

– Voglio che nessuno mi sia di intralcio. Nessuno potrà dirmi che cosa fare. Il mio successo sarà sempre e solamente mio.

La voce mi tremava. Eppure sentii al contempo una delle ragazze parlare. La sua voce, così come quella delle altre e degli altri, si accavallò perfettamente alla mia.

– Voglio essere bellissima. Tutti devono ammirarmi…
– Voglio che gli altri ragazzi non mi prendano più in giro perché è troppo piccolo…
– Voglio che babbo torni a casa.
– Voglio che Paolo si innamori di me
– Voglio….

Non riuscii a sentirli tutti. Eravamo come in trance. Non ricordo molto e, spesso e volentieri, amo convincermi che sia stato tutto quanto un brutto sogno, così come l’unico “voglio” che sono sicuro di aver sentito…

– Voglio che Chiara muoia. Quella stronza deve imparare a chiudere la bocca.

Vidi la donna allungarsi verso di noi. Se non fosse impossibile giurerei di averla vista protendersi sopra le fiamme, mescolandosi alle stesse come un vortice nero che penetrò a fondo nelle nostre orecchie, lasciando sobbalzare ogni nostro cuore. Volevamo la riuscita di tutto quanto? Sapevamo cosa avremmo dovuto fare.
Il primo fu mio cugino, seguirono i ragazzi e le ragazze ed infine, io. Era uno spillone. La parte finale era arricciata a formare la testa di un mulo.
Lo conservo ancora, nella cassaforte dello studio. Ma ti prego, non è un giocattolo. Non toccarlo.

Mi bucai il palmo della mano, gettando una goccia del mio sangue tra le fiamme, così come gli altri.
Ricordo che ancora una volta il fuoco ondeggiò. Non vi fu il tuono, eppure tutti quanti eravamo scossi. La donna non c’era più. Il fuoco ormai, si stava spegnendo. Sentii Chiara iniziare a mugolare, portandosi le mani al petto mentre sgranava gli occhi, sempre di più, sempre di più, come se le stessero schizzando via dalle orbite.
Dalla bocca le usciva un rantolo sottile, simile al suono dell’acqua che prova a scivolare nel tubo di un lavandino intasato.
Iniziò a piangere ed un odore pungente, assieme ad una chiazza scura sui suoi jeans, ci suggerì che se l’era fatta addosso. Alcuni urlarono di disgusto mentre altri, accorsero a scuoterla, cercando qualcosa per poterla fare respirare. Fu allora che si sentì un suono terrificante, simile allo scricchiolare di sassi. Qualcosa in Chiara si era rotto, sigillandole la mascella e le labbra. Aloni rossi di sangue si agglomerarono sotto pelle, donandole un colorito violaceo al mento ed al collo. Le lacrime scorrevano vivide.
Iniziò a dimenarsi, scalciando con violenza, gridando a labbra serrate mentre l’odore si fece più intenso. Feci. Stava rilasciando ogni cosa. Ricordo che pensai quanto fosse disgustosa la morte. Lo pensai nell’attimo stesso in cui lei chiuse gli occhi. Aveva quindici anni.

Nascosi di istinto lo spillone, infilandolo nella sacca che mi ero portato dietro mentre le grida degli altri ragazzi squarciavano il silenzio della notte, librandosi nell’aria.

Ricordo i passi veloci di alcuni pescatori, le grida dei primi che accorsero sul posto mentre tutti quanti, in silenzio, ripensavamo a quella frase che avevamo sentito. Quella che aveva decretato la morte di Chiara.

Continua il 15 di Novembre…

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Ecco i contatti e gli indirizzi utili per potervi mettere in contatto con lei.

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