Il Diario – Capitolo 1. By Arianna Colomba

Ed eccoci arrivati alla seconda puntata della serie “Quel Post In Cantina“.

Quest’oggi tratteremo un nuovo racconto, inedito come sempre, che sarà suddiviso in più capitoli. Questa volta, il racconto in questione, arriva da Arianna Colomba, una ragazza di Livorno con la passione per la scrittura horror. Tra i suoi scrittori preferiti troviamo Stephen King, ed è proprio a lui che si ispira. Circa sei mesi fa, Arianna, apre anche un blog su WordPress dal nome “Mappe Di Paura“: a differenza di questa storia, il blog, pur trattando sempre argomenti horror, è improntato su una struttura umoristica. Il suo blog non ha peli sulla lingua e non si imbarazza nello svuotare un intero caricatore sui cliché della cinematografia horror sia classica che degli ultimi anni. Il blog adesso è fermo da qualche mese perchè Arianna sta collaborando come scrittrice umoristica su un blog che tratta l’ambiente NERD dei Giochi di Ruolo: “Cronache Del Gatto Sul Fuoco“.

Il suo racconto, che proporrò oggi, ha un’impronta molto Old School. Ci troviamo catapultati in un mondo passato, dove ogni azione è descritta minuziosamente. Noteremo la somiglianza ai primi racconti di King, come “Stand By Me” tratto dalla raccolta “Stagioni Diverse” o  ai racconti brevi della raccolta “Scheletri“. Un viaggio a ritroso nel tempo, fatto di flashback e ricordi, per arrivare ad una conclusione tutta da scoprire. Vediamo fin dalle prime righe le grandi potenzialità di questa ragazza, il cui sogno è proprio quello di diventare una scrittrice di successo.

In attesa di poterla rileggere il prima possibile altrove, gustiamoci il primo capitolo del suo racconto “Il Diario“, augurandole il più grande in bocca al lupo, per la sua futura carriera.

“IL DIARIO – CAPITOLO 1”

vlc-falò-ferragosto-spiaggiaEra il sedici di agosto del 1965.

Ricordo l’odore incandescente dell’estate, il sapore forte del salmastro sulle labbra e la sensazione pruriginosa della sabbia dentro le mutandine del costume.

Era il primo anno che indossavo i pantaloni lunghi, abbandonando le braghe corte ed i calzettoni dei bambini. Avevo ancora il volto coperto di lentiggini ed i capelli troppo sottili mi davano l’aria di un ragazzino rachitico che voleva giocare a fare l’adulto. Eppure era la mia estate. Era una di quelle estati che sarebbero rimaste per sempre impresse nella mia memoria.

Purtroppo.

Mia madre mi aveva dato il suo benestare per poter andare al mare con mio cugino di quattro anni più grande e la sua comitiva di amici.

Era da due o tre anni che cercavo di uscire assieme a loro. Erano sempre circondati da ragazze. Le sere d’estate si rifugiavano sulle spiagge di Tirrenia accendendo dei falò che sembravano alzarsi fino al cielo. C’era sempre qualcuno con una chitarra e le ragazze facevano a gara per mettere in mostra la loro libertà, danzando in costume da bagno con i capelli lunghi al vento.

Ammetto di aver passato qualche notte tormentata al ricordo di quando mia madre, passando vicino a loro, mi tappava gli occhi strillando isterica di non guardare determinate sconcerie.

Ancora oggi, quando sento l’odore della marijuana nell’aria avverto un certo brivido scivolarmi verso le parti basse.

Quel giorno era però diverso. Prima di tutto mio padre aveva detto la sua, ottenendo l’ultima parola da buon vecchio capo famiglia attaccato ad un’etica che di lì a pochi anni sarebbe stata sconvolta nei moti del ‘68.

Avrei preso il filobus la mattina presto e sarei dovuto rientrare per le cinque, in maniera di essere presentabile per l’ora di cena. Prima ed ultima chance di entrare nel mondo degli adulti col botto. E così feci. Avevo avuto qualche reticenza a spogliarmi, consapevole che lo sguardo di tutti quanti era puntato sul mio corpo. Vidi qualche sorriso, velocemente troncato da uno sguardo critico di mio cugino. O forse, magari col senno di poi, me lo immaginai semplicemente. Ricordo ancora le corse dalla battigia fino a dentro l’acqua, il dolore delle cadute di pancia e gli schizzi negli occhi. Credo di non aver vissuto un giorno altrettanto divertente nella mia vita. Almeno fino a quel momento… quel momento…”

**********

I colpi sulla porta ripresero, adesso più insistenti. Ancora una volta alzò lo sguardo dalla scrivania. Gli occhi colmi di lacrime. Si voltò a dare un’occhiata al monitor spento del computer, osservando il riflesso di una donna ancora composta che, nonostante tutto, aveva ben tollerato la crudeltà di un matrimonio fallito ed una vita di lavori umili e faticosi. Sospirò a fondo, sibilando un sottile e delicato

Avanti.

La porta gracchiò nuovamente. La solita faccia scarna si affacciò dentro. Gli occhi troppo grandi per il volto pallido ed un dedalo di rughe a solcare ogni venatura espressiva.

Signora. Posso portarle del te?

Lo osservò da dietro le sopracciglia sempre più sottili a suon di togliere quei maledetti peletti bianchi che si ostinavano a crescere. Stava invecchiando in maniera troppo veloce.

Scosse la testa, accennando l’ombra di un sorriso che andò rapidamente a spegnersi nel broncio iniziale.

No, Signor Cavi, grazie.

Non ricordava neanche il suo nome. L’unica cosa che sapeva era che si trovava in quella casa da sempre, od almeno, da quando ricordasse di ricordare.

Attese la sua uscita dalla stanza, la chiusura della porta di legno massiccio prima di riabbassare la testa, tornando alla propria lettura.

Le dita riaprirono alla cieca l’ultima pagina letta, scorrendo con i polpastrelli sulla carta ruvida, macchiata di sottili aloni color caffè agli angoli ondulati, consumati dal tempo.

Sorrise leggermente, spostando per qualche attimo l’attenzione alla foto che dondolava incastrata da degli angolini di carta, al centro della pagina.

Riconobbe un giovanissimo padre privo di ogni preoccupazione abbracciato ad altra gente che di lì a breve avrebbe visto con ogni probabilità al funerale.

Passò l’indice sul volto da bambino dell’unico uomo che aveva amato con ogni briciola del suo cuore e scoppiò nuovamente a piangere.

**********

Mi stavo divertendo così tanto che persi chiaramente la cognizione del tempo. Cosa alquanto difficile visto l’enorme orologio da polso che mi ciondolava sul braccio sinistro. Mio padre pensava che un vero uomo fosse un uomo sempre puntuale. Stava iniziando ad imbrunire quando mi resi conto dell’ora che si era fatta. Ormai la cena era chiaramente andata ed a regimi normali, di lì a mezz’ora sarei dovuto filare addirittura a letto.

Ricordo che scattai in piedi come un piccolo soldatino, urlando con la voce del bambino che ancora aleggiava dentro di me, che dovevo assolutamente essere a casa tre ore prima. Scoppiarono tutti a ridere e non so perché, ma la cosa sembrò rilassarmi di botto. Risi anche io. Tornai a sedermi guardando con languore le chitarre ancora chiuse nelle custodie. Si. Sarei rimasto. Mi infilai la maglietta a mezze maniche, evitando il vento leggero che iniziava ad alzarsi dal mare, godendomi i capelli induriti dal salmastro che battevano a più riprese contro le tempie ed allungai la mano verso la sigaretta di marijuana che mi venne offerta.

**********

La donna strabuzzò gli occhi, scoppiando a ridere di cuore. Scosse la testa vigorosamente, dondolando avanti ed indietro sulla sedia di pelle dello studio del padre.

No, babbo, non ci posso credere! Ti facevi anche le canne!

La voce risuonò troppo alta dentro la stanza vuota, lasciandole un brivido lungo la schiena. Era come se, mancando lui, parte dell’ambiente fosse completamente scomparso, disperdendosi nel niente.

Si asciugò le lacrime col palmo della mano, tirando su col naso il dolore che continuava a scivolare via e riprese la lettura

**********

Non posso dire che mi piacque veramente il sapore o la sensazione che mi lasciò. Ammetto che mi piaceva l’idea di sgarrare, di andare contro ad un regime che mi aveva voluto vedere come soldatino, escludendomi da ogni compagnia di amicizie. Ero quello che non giocava a pallone per la paura di sbucciarsi un ginocchio. Ero quello che veniva scelto per ultimo anche a ruba bandiera. Allora, quel giorno, su quella spiaggia, volevo poter diventare il primo in qualcosa finalmente. Smisi quasi subito di preoccuparmi di una possibile visita a sorpresa di mio padre ed iniziai a cantare a squarciagola mentre le luci del falò si accendevano pigramente. Quello che posso dire è che vedevamo già le stelle in cielo alte e la luna illuminava in piccoli riflessi la spiaggia ed il mare, rendendolo sempre più cupo, infinito. So che avevamo fumato. So che eravamo giovani e folli ma so anche cosa accadde quella notte.

Non sentii il tuono. Non vidi la pioggia ed il vento rimase placido e costante. Eppure ricordo alla perfezione che le fiamme del falò ondeggiarono pericolosamente, minacciando di spegnersi.

Fu allora che quell’ombra si estese verso di noi. Danzante sotto la brezza serale, sottile come la morte, lenta, si avvicinava a passi pesanti con un sorriso stampato sulla faccia.”…

Continua il 15 di Ottobre…

.

Ecco i contatti e gli indirizzi utili per potervi mettere in contatto con lei.

Mappe Di Paura: http://mappedipaura.wordpress.com/

Mappe Di Paura Info e Contatti: http://mappedipaura.wordpress.com/info/

Pagina Twitter: https://twitter.com/MappediPaura?lang=it

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/mappedipaura?fref=ts

 

Annunci

Un pensiero su “Il Diario – Capitolo 1. By Arianna Colomba

  1. Pingback: Upstairs. Dannate Scale… | L'Uomo Di Mezzanotte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...