DollFace. Dove L’Abito Non Fà Il Monaco…

Per un po’ ci allontaniamo dai cortometraggi a budget zero per dare uno sguardo approfondito a DollFace:

Bene, DollFace è un cortometraggio del 2012, la cui trama appartiene al filone che preferisco, ovvero, il “niente è come sembra“.

Fin dai primi fotogrammi vediamo che non abbiamo a che fare con attori dilettanti: Shelley Wenk, colei che fa la “faccia di bambola”, è un attrice di stampo teatrale che ha partecipato anche a serie tv importanti come Veronica Mars. E che dire del breve cameo di Roma Maffia, l’assistente chirurgo (per ben 96 episodi) della McNamara/Troy nella serie di Nip/Tuck? E Jen Dede, la bellissima protagonista, apparsa in “una mamma per amica”, “NCIS Los Angeles” e “E.R.”. Come possiamo vedere nessuno è alla sua prima apparizione davanti ad una telecamera. Infine, ma non per importanza, Kimberly Atkinson, la Teri Breur di Sex Crimes 2.

Il bravissimo Colin Campbell, regista del corto, ha avuto  anche una nomination agli Academy Awards del 2000 per il film Seraglio, diretto insieme al collega Gail Lerner.

Dopo questa sequenza di nomi, possiamo passare all’analisi del corto: l’horror di questo film si ottiene grazie al continuo crescendo delle scene. Immaginate la trama così:

  • BASSO
  • MEDIO
  • ALTISSIMO
  • BASSO
  • ALTISSIMO

Una scaletta classica, ma con un velocissimo susseguirsi di scene, che riescono a tenerti attaccato allo schermo, lasciando “volare” i 7 minuti del cortometraggio.

La location è perfetta: un vecchio negozio/magazzino/rimessa dove anche la fuga può essere difficile da attuare.

L’uso del registratore con le urla del marito della protagonista, usato per attirarla dove vogliamo e le scene claustrofobiche attraverso un sottoscala del negozio, accompagnate da ombre messe al posto giusto e dall’andamento lento della DollFace. Ed è proprio qui il punto cardine del cortometraggio: in un’era in cui anche gli Zombie corrono, dove gli Spiriti usano il teletrasporto, e dove le ragazze possedute sembrano atlete contorsioniste da circo, la DollFace non ha bisogno di usare nessun espediente. Lei cammina. Lentamente. Non ha nessuna fretta di portarti verso il finale del film.

Infine l’uso professionale di un filtro di colore blu, usato per le riprese notturne, ci ricorda film Hollywoodiani del calibro di “Woman in Black”, “Open Grave” e “Dark Shadow”.

Il finale del corto ci fa rivalutare ogni nostra scelta, dove i pregiudizi ci portano spesso a dare giudizi affrettati sulle persone e dove, non sempre, l’abito “FA” il monaco.

 

Vi saluto ricordandovi che:

  1. Venerdì: post sull’INTERIORA Film Festival di Roma
  2. Lunedì: recensione su un film a genere ZOMBIE…

 

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3 pensieri su “DollFace. Dove L’Abito Non Fà Il Monaco…

  1. Pingback: Beans. Questioni Di Flatulenze… | L'Uomo Di Mezzanotte

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